Riflessioni sul testo di Diego Marconi
Il mestiere di pensare, Einaudi, Torino 2014

 

Il mestiere di pensare, di Diego Marconi, tratta di questioni decisive per chiunque si interessi di filosofia, dal lettore amatoriale allo specialista. Questo volumetto, scritto con uno stile semplice e chiaro, apporta un contributo prezioso nell’ambito di una discussione sullo statuto che dobbiamo assegnare alla filosofia oggi, sul suo ruolo sociale e su quello accademico: in particolare esso si interroga su che cosa significa oggi fare filosofia di professione. Il discorso si muove attorno a questo nucleo centrale ma chiama in causa diversi problemi, come quello della distinzione tra filosofia accademica e divulgativa, tra filosofia analitica e filosofia continentale, tra storia della filosofia e teoria della filosofia.

La nostra epoca è caratterizzata da un contrasto apparentemente inspiegabile: i Festival della Filosofia sono apprezzati e frequentati da un ampio pubblico, nei talk show televisivi il filosofo di turno trova sempre modo di dire la sua su qualsiasi argomento, eppure sembra che la filosofia non abbia più quell’impatto sociale che aveva un tempo e che non figuri più tra le letture delle persone colte. Insomma, i tempi in cui Platone compiva un viaggio verso Siracusa per parlare col tiranno della città sembrano finiti. Questa è la contraddizione da cui Marconi prende le mosse: è vero che la filosofia ha “perso mordente”? Se sì, perché?

Il mestiere di pensare, Marconi, cover

Secondo l’autore la filosofia ha effettivamente perso quel potere comunicativo che aveva un tempo, ma ciò è il risultato obbligato e necessario di un’epoca in cui il numero di filosofi e delle relative pubblicazioni è cresciuto esponenzialmente: «A mio parere in filosofia, come in ogni altra disciplina, è anzitutto questa crescita torrenziale di pubblicazioni scientifiche ad aver generato lo specialismo» (p. 13). Di fronte al proliferare della letteratura specialistica un filosofo di professione (così come un fisico o un biologo di professione) deve necessariamente specializzarsi, per due ordini di ragioni: da un lato perché non sarebbe pensabile dominare efficacemente una tale quantità di materiale, dall’altro per non fare del dilettantismo sterile, in cui chi parla non ha le competenze per apportare un contributo serio al problema. Il filosofo non può più essere il “Grande Filosofo”, il genio alla Kant o alla Hegel, ideatori di sistemi filosofici simili a un grande progetto architettonico in cui trovano spazio etica, politica, metafisica e logica; il filosofo, piuttosto, deve «concepirsi più come artigiano competente (o, perché no, operaio specializzato) che non come architetto di cattedrali» (p. 119). Nell’epoca della specializzazione cambia dunque la figura del filosofo, ridotta ad artigiano che fabbrica sedie e poltrone: un mestiere come un altro, onesto e serio.

La scelta metodologica, la specializzazione in questo caso, ha un diretto impatto sui contenuti del lavoro cui verrà applicata: il metodo è una strada la cui scelta conduce in un luogo piuttosto che in un altro. Occorre dunque esserne consapevoli e analizzarne le conseguenze, per capire se possiamo, o vogliamo, accettarle. Lo specialismo descritto da Marconi consente a tutti gli studiosi volenterosi, non solo ai geni, di fare un lavoro come un altro, portando il proprio contributo alla comunità scientifica di riferimento. Non ci si può occupare “di filosofia” più di quanto ci si possa occupare “di fisica” o “di matematica”. Questa analisi ha il grande pregio di controbattere a una questione tanto vecchia quanto insuperabile per chi si affaccia seriamente al mondo della filosofia: l’associazione del filosofo alla figura di una persona tra le nuvole che non dice e fa alcunché che abbia una certa utilità e rilevanza nel mondo reale. Occuparsi di filosofia significa invece impegno, talento, dedizione e studio, significa fare ricerca in vista di uno scopo, porsi domande e proporre risposte, esattamente come nello studio di altre discipline considerate dal senso comune utili e rilevanti per la comunità.

La proposta di Marconi coglie sicuramente punti importanti, ma c’è tuttavia uno sgradevole inconveniente: se specialismo significa frammentazione dei problemi in problemi più circoscritti e risolvibili, selezione di una piccola area tematica nella quale ci si possa orientare con competenza, ciò vuol dire togliere alla filosofia quella che è sempre stata la sua caratteristica più preziosa, ovvero la ricerca di una chiave interpretativa che possa rendere conto in modo unitario e organico di problemi complessi. Avere la capacità di contribuire in modo professionale a un problema filosofico – per quanto specifico possa essere – non significa non avere presente il quadro generale e il senso della domanda di fondo che anima, come un fiume, i suoi affluenti; se lo specialismo è necessario per avere competenza, ciò non vuol dire ancora che un buon filosofo non debba aspirare a una sintesi coerente ed efficace dei problemi che affronta, una sintesi che connetta le varie diramazioni del problema e che le abbia sempre presenti, anche specializzandosi in modo intensivo su un singolo aspetto rilevante. Il filosofo è da sempre collegato, per buone ragioni, all’uomo saggio: non che egli debba sempre avere l’aforisma adatto per ogni situazione o l’etimo che ci mostri la profondità nascosta del linguaggio, ma che abbia piuttosto la capacità di render conto, con argomentazioni chiare e lucidità, dei grandi problemi dell’uomo in quanto uomo. Albert Camus apre Il mito di Sisifo con la seguente considerazione: «Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo». Camus era un “Grande Filosofo”, certo, ma porsi un problema grande non significa essere generalisti: un bravo filosofo riesce a trasmettere, attraverso l’analisi di piccoli problemi, il senso di quelli grandi. Non si può concepire la filosofia come una catena di montaggio, dove ogni specialista si occupa di un particolare aspetto senza conoscere il risultato globale: progettiamo sedie e armadi tenendo ben presente che andranno in una casa, che questa sarà abitata da persone e che queste persone utilizzeranno quelle sedie e quegli armadi che abbiamo costruito per vivere comodamente le loro vite.

Lo stesso Marconi si interroga, a dire il vero, su questa “degenerazione” dello specialismo, domandandosi se esso non conduca a uno smarrimento del senso generale dei problemi su cui si lavora; egli ritiene, tuttavia, che il rischio non sia così alto e che dunque questa frammentazione del lavoro degli specialisti sia la strada da seguire.

In conclusione, Marconi propone un metodo per il filosofo-artigiano contemporaneo: lo studioso non sembra vedere una via di mezzo tra lo specialismo più frammentario e il generalismo più sterile che pretenda di dire una parola su “la vita, l’universo e tutto quanto”. Il filosofo potrà non essere unicamente il “Grande Filosofo”, ma vederlo come l’artigiano che produce sedie e armadi significa forse privarlo del gusto che lo anima sin dall’inizio delle sue ricerche. Ogni filosofo ha una propria  definizione di cosa sia filosofia, ma per quanto le visioni siano differenti, l’origine è unica: quella meraviglia, astratta ma pervasiva, che trova in Platone una chiara descrizione: «Amico mio, è proprio del filosofo quel che tu provi, di essere pieno di meraviglia; né altro inizio ha la filosofia se non questo» (Teeteto, 155d).

 

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Camilla Dei Giudici

camilla.deigiudici@studenti.unimi.it